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L’indiscussa efficacia delle nuove tecnologie sta suscitando enorme interesse testimoniato anche dalle recenti grosse produzioni hollywoodiane girate in tre dimensioni che hanno dato un fortissimo impulso a molti settori, come quello delle sale cinematografiche, dei televisori e di tutti quei dispositivi, anche per cellulari, in grado di visualizzarla, spingendo infine anche la ricerca tradizionale ad utilizzarle.

Una prima grossa distorsione consiste nel fatto che gran parte della ricerca scientifica finanziata si chiama technology driven, uno studio cioè indirizzato dalla tecnologia, che quindi ne diventa il fine e non il mezzo, mirando a finanziare unicamente il progredire della tecnologia[1] .

Ecco un esempio relativo, in particolare, al settore dei beni culturali:

“C’è un sistema che dovrebbe permettere, avendo a disposizione un telefonino e una macchina fotografica, di scattare una foto a un resto archeologico, monumento ecc., inviarla a un server centrale e ricevere informazioni sul monumento che si ha davanti. Apparentemente rientra dunque nel nostro obiettivo: come ripristinare il circuito tra le opere e i fruitori. Ma a cosa è rivolta la ricerca realmente? Al sistema che permette data una foto, di identificare di quale oggetto si tratta. Cioè al problema del riconoscimento automatico dell’immagine.

Dal punto di vista della fruizione del bene culturale, questo sistema è ingombrante e costoso e, soprattutto inutile. Lo si potrebbe definire come sparare a una zanzara con un cannone: è evidente, infatti, che esistono infiniti sistemi, molto più semplici, che permettono di ottenere l’identificazione dell’oggetto. Ad esempio, una semplice etichetta numerata riportata sull’oggetto stesso che il visitatore potrebbe digitare e inviare. Ci sarebbero come è ovvio, notevolissimi vantaggi di costo, dato che non solo si farebbe a meno del laborioso sistema di riconoscimento, ma l’invio dell’etichetta numerica costerebbe esso stesso meno dell’invio di una foto. E ci sarebbe un considerevole aumento dell’affidabilità: il sistema con il riconoscimento automatico è prono all’errore, soprattutto in funzione della presa dell’immagine; il sistema dell’etichetta può sbagliare solo se l’utente non digita la cifra in modo corretto L’etichettatura dei monumenti, poi è operazione sicuramente più semplice e meno costosa di quella di fornire al sistema i dati degli stessi monumenti perché operi un corretto riconoscimento.

E non vogliamo nemmeno pensare a cosa dovrebbe accadere se il sistema volesse essere generalizzato ben oltre i pochi siti e monumenti sui quali è stato sperimentato: si può immaginare costo e dimensione di un sistema che volesse funzionare, ad esempio, su tutte le aree archeologiche italiane? Anzi, se ne può realisticamente immaginare la fattibilità?

Nulla, invece è stato dedicato a capire che cosa si dovrebbe ricevere sul proprio telefonino, anche ammesso – e non concesso- che sia uno strumento adeguato allo scopo” (ANTINUCCI F. 2007).

Sono sempre più numerose le ricerche che perseguono con qualche lieve differenza lo stesso obiettivo: sviluppare cioè dei sistemi che permettano di trasferire oggetti tridimensionali sul web e di renderli manipolabili.

Purtroppo il proliferare di queste proposte sembra essere solo la conseguenza di una certa moda tecnologica che consiste nella scannerizzazione tridimensionale a tappeto degli oggetti d’arte volumetrici e che, indipendentemente dalla sua utilità, genererà una quantità immensa di dati (principalmente fotografie, tradizionali o digitali) da conservare e gestire con un certo dispendio di tempo, lavoro e risorse. (ANTINUCCI F. 2007).

Senza contare che ancora oggi gli ambienti virtuali, così come nel cinema degli esordi, si limitano spesso a fare leva sull’effetto stupore quando potrebbero invece essere utilizzati più efficacemente per raccontare la complessità dei progetti di ricerca, consentendo un nuovo tipo di fruizione da parte del grande pubblico: una sorta di esplorazione non lineare che si differenzia completamente dalla sequenzialità cinematografica (GUIDAZZOLI A. 2007).

Le elaborazioni virtuali di immagini, che, come si è detto, costituiscono dunque una risorsa importantissima sia per la ricerca, sia per la loro efficacia come mezzo di diffusione, presentano alcune problematiche.

Un esempio su tutti il fatto che le immagini elettroniche tendono a riportare tutto alle proporzioni dello schermo. Anche se il cervello umano riesce esattamente a compiere il rapporto di scala, l’effetto percettivo immediato non è assolutamente lo stesso: la modalità senso-motoria in cui opera il nostro cervello svolgendo questo compito non corregge la scala (operazione che compie un’altra “parte” del nostro cervello).

Per questo motivo la scelta di porre accanto ad un’opera d’arte uno schermo sul quale far scorrere le immagini delle copie con ricostruzione è decisamente errata, poiché l’accostamento di questi due oggetti, essendo di fatto irrimediabilmente diversi e difficilmente comparabili rispetto all’operare senso-motorio, non fa altro che vanificare gran parte del lavoro critico, concettuale ed esecutivo svolto per la copia ricostruita (ANTINUCCI F. 2004).

Al tempo stesso però, di progetto in progetto, si è giunti a riconoscere le ricostruzioni tridimensionali computerizzate come uno strumento particolarmente flessibile, che consente usi che fino a pochi anni fa sembravano improponibili.

I modelli 3D permettono di:

– accedere a monumenti a rischio di danneggiamento, e perciò chiusi al pubblico;

– riprodurre, nella versione più completa possibile, realtà e oggetti non più esistenti o di cui rimangono solo alcune rovine o frammenti;

– offrire una fruizione senza confini, sia portando l’oggetto all’utente, sia radunando oggetti  dispersi sul territorio e riproponendoli entro uno spazio nuovo percorribile virtualmente;

– ottenere una visione dinamica, senza vincoli spazio-temporali, proponendo punti di vista difficilmente raggiungibili (ad esempio a volo d’uccello), sia spostandosi nel tempo per mostrare fasi diverse della realtà analizzata;

– trasformarsi in un portale di accesso ad informazioni raccolte ed organizzate in database referenziali ed interrogabili” (GUIDAZZOLI A. 2007).


[1]   I dati provengono dall’IST (Information Society Technology), che è il settore all’interno del quale viene finanziata la ricerca attinente ai beni culturali nel VI Framework Programme, il programma quadro della ricerca dell’Unione Europea terminato nel 2006; nel VII, attualmente in corso, si possono notare piccole differenze come ad esempio: “l’enfasi sui temi di ricerca piuttosto che sugli strumenti”. Sito: http://cordis.europa.eu.

 

By Massimiliano Montanari


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